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Saman e le altre ragazze: troppo occidentali per l’Islam ma non abbastanza per l’Italia

DAL NOSTRO INVIATO
NOVELLARA (REGGIO EMILIA) La terra di mezzo delle ragazze musulmane è racchiusa tra due paletti di confine: ciò che è halal, puro e giusto per l’Islam, e ciò che è haram, il suo contrario. «Ma noi spesso veniamo respinte da entrambe le parti, siamo troppo halal per gli haram e troppo haram per gli halal: per certe femministe siamo troppo radicalizzate e per alcuni delle nostre comunità d’origine troppo emancipate», sospira Marwa Mahmoud. Giovane consigliera comunale del Pd a Reggio Emilia, è ormai famosa per aver bacchettato il proprio partito, «disattento» sul destino di Saman Abbas: così ora la invitano ovunque in tv, le amiche hanno tentato (invano) di truccarla «all’occidentale» per la serata dalla Gruber, dove se l’è vista con la Santanchè e con l’abbraccio avvelenato di chi la loda per avere dato il fatto suo a una sinistra incapace di parlare con coraggio di Islam. Rischia l’apostasia politica per eccesso di sincerità.

Saman Abbas, le ultime notizie sulla ragazza scomparsa a Novellara

Un’identità perduta (e una non ancora conquistata)

Perché è una terra immensa da attraversare, questa di un’identità perduta e un’altra non ancora conquistata davvero. Assai più vasta degli ottanta ettari di campagna della Bassa lungo via Colombo, qui a Novellara, dove il sonar prova a strappare alla sua sepoltura infame il corpo di Saman. È una terra dove ci si può smarrire facilmente, com’è successo alla ragazzina che si taggava «ItalianGirl» ed è stata punita dalla famiglia pakistana per avere rifiutato un matrimonio combinato in madrepatria; o ci si può riscoprire nuovi e diversi, come è capitato a Marwa, che è donna fatta, madre single, politica e comunicatrice smaliziata, e ha messo il velo «identitario» solo per scelta, all’università. La differenza sta forse nel punto di partenza, i genitori: magari in un padre. Quello di Marwa, un saldatore venuto dall’Egitto, vedeva nella figlia «il riscatto sociale» e ha fatto il tifo per lei. Quello di Saman, un bracciante immigrato da Lahore, temeva che una figlia piena di sogni fosse il disonore della casa e l’ha consegnata al suo boia, lo zio giovane e violento.

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Il confine tra un matrimonio combinato e uno forzato

Iqra Ghaffar dice che, sì, «la famiglia conta moltissimo». Diciannove anni, splendidi capelli corvini sciolti sulle spalle, sta facendo la maturità, si prepara per l’università in Germania e si vede «manager nel marketing». Anche i suoi vengono da Lahore, anche suo padre lavorava nei campi, ma lei, col suo sorriso di libertà, testimonia un percorso diverso. È ironica il giusto: «Quando s’è saputa la storia di Saman, mi è capitato di ammalarmi, per due giorni non sono andata a scuola. Beh, la prof di italiano mi ha mandato un file audio con l’avvertenza: “Ascoltalo da sola!”. Mi diceva: “Sono preoccupata, va tutto bene? Conosci quella ragazza?”. Io so che l’ha fatto per affetto, ma mi sono sentita un po’… giudicata». Iqra ha messo il velo qualche anno fa, solo per farsi accettare «dalla compagnia di amici pakistani», poi l’ha tolto, assecondata dai genitori. E tuttavia le usanze (e le contraddizioni) si sentono anche in casa sua. Il fratello Mohsin, 25 anni, ha fatto un matrimonio combinato con la sua Ayesha: «Sì, le famiglie si sono trovate d’accordo prima. Ma loro si sono piaciuti e sono felicissimi! Lui è qui, lei in Pakistan, a dicembre fanno lo shadi, la cerimonia, e lei lo raggiunge. Io ho chiesto a mamma: e se mi piacesse un ragazzo non pakistano? Lei mi ha risposto: basta che piaccia a te. I miei sono molto religiosi. Ma pensano che la religione non possa essere una scusa per imporci qualcosa». Il confine tra un matrimonio combinato e uno forzato è tuttavia piuttosto labile. Alessandra Davide, che con l’associazione Trame di Terre ha scoperto 33 matrimoni forzati in Emilia-Romagna e un centinaio di episodi simili in tutt’Italia in una decina d’anni, spiega come «molto spesso il matrimonio combinato diventa forzato se ci si oppone: e il matrimonio forzato è una violazione dei diritti umani». Su 33 casi, 30 volte la vittima è una lei.

La sindaca di Novellara: «Su Facebook i commenti sono atroci»

Atif Nazir, operaio di Juyrat e mediatore culturale nella comunità della Bassa, è «scioccato» dal dramma di Saman ma pensa che «se gli sposi acconsentono non è poi sbagliatissimo» il matrimonio combinato. Lui ha fatto una piccola rivolta alla rovescia. Si è innamorato di una ragazza conosciuta a una festa in Pakistan e quando è tornato in Italia ha detto al padre: se non mi fai sposare quella, me ne sposo una di qui; il babbo ha infine ceduto. In certi contesti, l’obbedienza sconfina nella soggezione. Per le ragazze, nella sottomissione. I confini sono più vaghi nelle comunità più separate. A Novellara i pakistani sono il gruppo più secluso, nonostante il lavoro di rammendo della sindaca pd Elena Carletti e di Erica Tacchini, che da quasi vent’anni vi si dedica (l’ultima iniziativa interculturale è il centro Rosa dei Venti). «La coesione mi preoccupa, ho smesso di leggere i commenti Facebook perché sono atroci», ammette la sindaca. Aprire ambienti chiusi non è facile: molti immigrati, buoni per il duro lavoro nei campi, sono venuti da aree del Pakistan dove l’alfabetizzazione è bassissima. La strada del recupero è in salita. Una ragazza ora sotto protezione, una Saman che s’è salvata, ha spiegato ai carabinieri un meccanismo tipico: «Quando i miei mi toglievano da scuola chiudendomi in casa, dicevano a tutti che ero da una zia a Roma: chi poteva controllare?». Così, gratta gratta, quasi tutte conoscono (conoscevano…) una vicina sparita, una compagna che ha lasciato la classe e chissà dov’è. Ma ne parlano a fatica, con imbarazzo: sempre col retropensiero che si sfoci in un processo alla loro religione.

Lo ius culturae che manca

Martedì sera, al flashmob di Pegognago, tra cento candele per Saman, hanno letto i nomi di tutte le donne uccise in Italia da inizio anno, con un non detto piuttosto chiaro: anche voi italiani ci ammazzate, questo femminicidio non è diverso. Ihsane Ait-Yahia ha 28 anni, è arrivata dal Marocco che ne aveva 6. Provoca: «Matrimoni combinati? Ma perché, voi non li fate in tv a Uomini e Donne?». Azzarda equivalenze scivolose tra gli attacchi islamisti dell’11 settembre e i bombardamenti americani in Afghanistan. Poi, s’intuisce che dietro il rancore palese c’è la delusione segreta per una cittadinanza che ancora non riesce a ottenere, nonostante il percorso di studi e il lavoro in un ufficio legale. È quello l’approdo fantasma nella grande traversata delle islamiche d’Italia: lo ius culturae che manca. La scuola può fare molto. Muskan, 13 anni, terza media, mi dice che se avesse un problema coi suoi, andrebbe dritta dal suo prof di matematica: «Lui mi aiuterebbe». Si fida. Se fra dieci anni non l’avremo ancora accolta come un’italiana vera, abbandoneremo anche lei nella terra di mezzo.

10 giugno 2021 (modifica il 10 giugno 2021 | 09:00)

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