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Cessione dell’unica azienda di srl senza autorizzazione dei soci con esiti incerti

/ Maurizio MEOLI

Ai sensi dell’art. 2479 comma 2 n. 5 c.c., sono in ogni caso riservate alla competenza dei soci di “srl” le decisioni di compiere operazioni che comportino una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale determinato nell’atto costitutivo. In tale ambito è da collocare la cessione dell’azienda costituente la sola attività dell’impresa sociale. La vendita di tale cespite, essenziale per lo svolgimento dell’attività d’impresa, incide sostanzialmente sull’oggetto sociale e, dunque, rientra nel novero degli atti riservati alla competenza funzionale dell’assemblea dei soci, secondo lo schema delineato dall’art. 2479 comma 2 n. 5 c.c., che pone un limite legale al potere di rappresentanza dell’amministratore (cfr., tra le altre, Trib. Palermo 19 ottobre 2020, Trib. Roma n. 1722/2020, Trib. Roma 3 agosto 2018). Per il Tribunale di Palermo 29 aprile 2020, peraltro, l’art. 2479 comma 2 n. 5 c.c. sarebbe volto ad evitare il compimento, senza la previa conforme decisione dei soci, di operazioni che mutino radicalmente l’oggetto statutario della società durante il fisiologico esercizio dell’attività coerente con tale oggetto, non essendo applicabile in presenza di una causa di scioglimento (come l’impossibilità di funzionamento dell’assemblea) seppure non ancora iscritta al Registro delle imprese. Ad ogni modo, secondo il Tribunale di Roma 3 agosto 2018, deve ritenersi che il contratto di cessione stipulato dagli amministratori in mancanza di una delibera autorizzativa dell’assemblea configuri la violazione di una norma inderogabile posta a presidio dei limiti legali dei loro poteri di rappresentanza. In una simile ipotesi, il difetto di potere rappresentativo sarebbe opponibile ai terzi indipendentemente da qualsiasi indagine sul loro atteggiamento soggettivo. Il contratto, in particolare, dovrebbe essere dichiarato nullo anche se l’art. 2479 comma 2 n. 5 c.c. non contempla il rimedio della nullità. In presenza di un negozio contrario a norme imperative, infatti, la mancanza di un’espressa sanzione di nullità non è rilevante ai fini della nullità dell’atto negoziale in conflitto con il divieto, in quanto vi sopperisce l’art. 1418 comma 1 c.c., che rappresenta un principio generale rivolto a prevedere e disciplinare proprio quei casi in cui alla violazione dei precetti imperativi non si accompagni tale previsione. Secondo il Tribunale di Piacenza 14 marzo 2016, invece, sarebbe da configurare l’annullabilità dell’atto di cessione, con la conseguenza che, anche in tal caso, si procederà alla restituzione dell’azienda alla società cedente. Per il Tribunale di Palermo 19 ottobre 2020, ancora, ci si troverebbe in presenza di un’ipotesi di inefficacia opponibile ai terzi. A giudizio del Tribunale di Napoli 23 luglio 2019 (ma si veda anche la massima n. 43 del Comitato notarile della Campania), infine, non sarebbe possibile sostenere l’esistenza di una differenza “qualitativa” tra atti compiuti dagli amministratori senza la necessaria autorizzazione dei soci, ex art. 2479 comma 2 n. 5 c.c., e atti ultra vires, che violano l’oggetto sociale. L’art. 2479 comma 2 n. 5 c.c., infatti, non sarebbe collocabile tra le norme imperative la cui violazione determina la nullità virtuale ex art. 1418 comma 1 c.c., ma tra quelle aventi rilevanza meramente organizzativa interna alla società, la cui violazione non può in sé comportare un impatto sui terzi. Gli atti compiuti senza la necessaria autorizzazione dei soci, quindi, sarebbero da collocare tra gli atti ultra vires e anche a essi si applicherebbe l’art. 2475-bis c.c., che pone, quale regola generale, quella della inopponibilità ai terzi delle limitazioni ai poteri degli amministratori che risultano dall’atto costitutivo o dall’atto di nomina anche se pubblicate. Non è, infatti, ritenuto ragionevole escludere l’applicazione di tale norma in caso di carenza assoluta di potere di rappresentanza. Si tratta di differenze che presentano importanti ricadute in termini di legittimazione ad agire contro tali atti. Legittimazione che, a partire dalla soluzione della nullità, fino a quella della collocazione degli stessi tra quelli ultra vires, tende progressivamente a restringersi, fino a sparire del tutto. In particolare, solo configurando un’ipotesi di nullità, legittimato, ex art. 1421 c.c., sarebbe chiunque vi abbia interesse. L’annullabilità delimita questo campo a specifici soggetti (si pensi ai soci o agli altri amministratori). In caso di inefficacia, invece, come precisato dal Tribunale di Palermo 10 ottobre 2020, è rimessa alla sola società la possibilità di respingere gli effetti dell’atto, nonché, correlativamente, il potere di assumere ex tunc quegli effetti, attraverso la ratifica, ovvero di farli preventivamente propri attraverso una delibera autorizzativa capace di rimuovere i limiti del potere rappresentativo dell’amministratore. Sarebbe, invece, privo di legittimazione il socio. Nelle società di capitali va, infatti, esclusa una generalizzata legittimazione sostitutiva dei soci all’esercizio di azioni giudiziarie e impugnazioni il cui esercizio resta riservato alla società (cfr. Cass. n. 12114/2003). Infine, qualificando l’atto come ultra vires, lo stesso resterebbe legittimo, residuando solo una (eventuale) responsabilità risarcitoria in caso di danni.

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